LA COMPOSIZIONE DELLA CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO:

– LA DISCIPLINA POCO CONOSCIUTA DELLA LEGGE N. 3 DEL 2012 –

ORA ANCHE IL SINGOLO DEBITORE, IL SINGOLO CITTADINO, IL CONSUMATORE CHE SI TROVA IN DIFFICOLTA’ ECONOMICHE HANNO LA POSSIBILITA’ DI RISANARE LA PROPRIA POSIZIONE DEBITORIA

Il tema centrale del presente articolo attiene alla disciplina dell’istituto del “sovraindebitamento” introdotta con la legge n. 3 del 2012 e modificata poi dalla legge n. 179 del 2012 per colmare il deficit delle riforme apportate alla legge fallimentare tra il 2005 e il 2007. Infatti, una delle più grandi critiche mosse dalla dottrina a tale riforma è stata quella di non aver esteso la possibilità di fare ricorso alla cosiddetta soluzione concordata della crisi e di ottenere l’esdebitazione alla categoria degli imprenditori “non piccoli” e, più in generale, al debitore privato.

La nuova disciplina (poco conosciuta per molti) che andremo ad analizzare, ha lo scopo di impedire la marginalizzazione dell’insolvente civile in modo da reintrodurlo nel ciclo produttivo assicurandogli un “fresh start” e testimonia la preoccupazione del legislatore per situazioni penose che, con la crisi economica, sono diventate sempre più frequenti.

In base all’art. 7 della legge n. 3 del 2012, i requisiti per essere ammessi alla procedura di composizione della crisi da sovra-indebitamento sono due: da un lato un requisito di tipo oggettivo che riguarda la situazione di costante “squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio del debitore” e la “definitiva incapacità del debitore di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni” e dall’altra un requisito di tipo soggettivo consistente nella “non assoggettabilità del debitore alle procedure concorsuali ai sensi dell’art. 1 della legge fallimentare”.

In questo modo l’Italia, nel prevedere una procedura dedicata all’insolvente civile persona fisica, si è inoltre allineata agli altri Paesi Europei.

Le procedure che il debitore ha ora a disposizione sono due: il cosiddetto “accordo con i creditori” da un lato e la “liquidazione del patrimonio” dall’altro lato.

Si premette subito che la procedura disciplinata dalla legge n. 3 del 2012 prevedeva originariamente solamente la possibilità di un accordo tra debitore e creditori e non la procedura alternativa della liquidazione dei beni cui seguissero effetti esdebitatori che è stata invece introdotta dalla successiva legge n. 221 del 2012.

L’incipit del procedimento di “accordo con i creditori” coincide con la presentazione da parte del debitore civile di una “istanza di ammissione alla procedura della crisi da sovraindebitamento” presso il Tribunale del luogo in cui si trova la residenza o la sede principale del debitore contenente una proposta di piano di ristrutturazione dei propri debiti ai creditori. Insieme al piano deve essere allegata una documentazione “minimalista”: l’elenco di tutti i creditori con l’indicazione delle somme dovute, l’elenco dei beni e degli eventuali atti di disposizione compiuti negli ultimi 5 anni corredati dalle dichiarazioni dei redditi degli ultimi 3 anni, l’attestazione della fattibilità del piano e l’elenco delle spese correnti necessarie al sostentamento del debitore e della sua famiglia. La presentazione della proposta determina l’apertura di un procedimento affidato al giudice monocratico e regolato dagli art. 737 c.p.c.. Tale procedura è prevista solo su iniziativa del debitore, quindi, a differenza delle altre procedure concorsuali, i creditori possono intervenire solamente in seguito alla presentazione dell’istanza da parte del debitore.

Dopodiché il giudice fissa un’udienza dove, verificati i requisiti di ammissibilità e sentiti il debitore e i creditori, può disporre (per un massimo di 120 giorni) l’inammissibilità di eventuali azioni esecutive e cautelari nei confronti del patrimonio del debitore. Entro il periodo di tempo concesso dal Giudice, se la maggioranza dei creditori (60%) approva il piano (si deve intendere maggioranza sull’importo dei crediti e non sul numero di creditori), esso viene omologato.  Il d.l. n. 179/2012 ha ridotto la percentuale del 70% prevista dalla legge n. 3 del 2012 ritenuta troppo elevata, che rendeva impossibile il ricorso alla nuova procedura. La fase di trattativa e approvazione del piano viene svolta con l’ausilio e l’assistenza di un “organismo di composizione della crisi“ formato da professionisti come commercialisti, avvocati o notai accreditati presso il Ministero della Giustizia. La legge n. 3 del 2012 prevedeva infine espressamente che dal momento dell’omologazione dell’accordo per il periodo di un anno, non potessero essere iniziate o proseguite azioni esecutive né disposti sequestri conservativi né acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore.  Questo meccanismo non è più necessario dal momento che il legislatore ha ora previsto che l’accordo omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori al momento in cui è stata eseguita la pubblicità della proposta. I creditori con causa e titolo posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano. L’esecuzione dell’accordo viene rimessa ad un liquidatore, nominato dal giudice su proposta dell’organismo di composizione della crisi quando per la soddisfazione dei beni siano utilizzati beni sottoposti a pignoramento, o quando la nomina del liquidatore è prevista dall’accordo. Ove la nomina del liquidatore non sia obbligatoria, il patrimonio del debitore può essere affidato ad un gestore, per la liquidazione, la custodia e la distribuzione del ricavato ai creditori.

Accanto al suddetto procedimento il legislatore ha previsto in alternativa la “procedura di liquidazione dei beni del debitore”, che si apre a domanda del solo debitore in stato di sovra-indebitamento che non sia assoggettabile alle procedure concorsuali ordinarie e non abbia fatto ricorso nei precedenti  anni alle procedure di sovra-indebitamento. Tale procedura può essere anche aperta quando il Giudice stesso converte in liquidazione il piano del consumatore già presentato, su istanza del debitore o di uno dei creditori, se il piano è revocato. La liquidazione prevede che il debitore consegni tutti i beni in suo possesso che verranno poi utilizzati per pagare i creditori. La domanda va depositata presso il Tribunale del luogo di residenza del debitore e alla stessa deve essere unita tutta la documentazione che consenta di ricostruire la situazione economia e patrimoniale dell’insolvente. Qualora la domanda e la documentazione allegata siano esaurienti, il giudice apre la procedura di liquidazione con decreto all’interno del quale nomina un liquidatore. Quest’ultimo, provvederà a eseguire i controlli sulla documentazione, a fare l’inventario e a comunicare ai creditori i termini e le modalità per poter partecipare alla liquidazione. All’interno di questa procedura, deve essere prevista necessariamente l’apertura di una parentesi cognitoria di accertamento del passivo che si conclude con la predisposizione di un progetto da parte del liquidatore che viene in seguito comunicato ai creditori. Dopodiché, in qualità di amministratore dei beni oggetto della liquidazione, effettua tutte le operazioni di liquidazione necessarie. Una volta completato l’iter, e comunque non prima di 4 anni dal deposito della domanda, il giudice dispone con decreto la chiusura della procedura.

Al momento della chiusura con successo di entrambi i sopra descritti procedimenti, il soggetto privato sarà considerato “esdebitato”, ovvero otterrà il beneficio di essere completamente liberato dalla sua posizione debitoria residua, ossia, anche nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti.

In conclusione, la disciplina contenuta nella legge in esame additata da molti come “legge salva suicidi” ha il vantaggio da un lato per il debitore in difficoltà e onesto di assicurarsi dal rischio di perdere tutto e di ripartire da zero e dall’altro per i creditori insoddisfatti di ottenere il soddisfacimento (almeno parziale) dei propri crediti secondo termini certi e di evitare le lungaggini e le incertezze connesse alla procedura esecutiva.

Questa soluzione dovrebbe essere vista con favore sia dal sistema bancario, in quanto nel momento in cui in cui l’ammontare degli interessi di mora supera il reddito del debitore è controproducente credere che le somme dovute possano essere recuperate aspettando tempi migliori per la vendita coattiva dei beni posti a garanzia del debito, sia dai fornitori, in quanto la legge 3 del 2012 prevede delle esenzioni e agevolazioni fiscali per la parte di credito che essi non riusciranno a percepire.

Avv. Massimo Fontana Ros – Dr. Roberta Zattoni