NEWSLETTER: Il contagio da COVID-19 sul lavoro e responsabilità del datore

L’art. 42, comma 2, del D.L. n. 18/2020 (c.d. decreto “Cura Italia”, successivamente convertito, con modificazioni, nella L. 27/2020) dispone che il contagio da COVID-19 verificatosi sul lavoro debba essere trattato dall’INAIL come un infortunio sul lavoro.

Successivamente, attraverso la circolare n. 13/2020, l’INAIL stessa precisa che il Coronavirus è da qualificarsi come infortunio e non come malattia.

Una conferma di eguale tenore si riscontra altresì in XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) – Camera dei Deputati nell’interrogazione a risposta immediata n. 5-03904
(Interrogazione sulla limitazione ai soli fini della tutela dell’equiparazione del contagio da nuovo Coronavirus all’infortunio sul lavoro) – seduta del 06.05.2020.

Infine, a ben vedere, quanto sopra risulta perfettamente in linea con l’orientamento consolidato dell’INAIL di cui alla circolare n. 74/1995, la quale equipara l’infezione causata dal contagio di malattie virali (es. epatite, tetano, etc.) alla causa violenta propria dell’infortunio sul lavoro. Il principio secondo cui le patologie infettive contratte in occasione di lavoro vanno sempre inquadrate e trattate come infortunio risulta dunque vigente da venticinque anni.

Il riconoscimento del contagio da Covid-19 quale infortunio sul lavoro da parte dell’INAIL

Ai fini dell’accertamento dell’infortunio da Covid-19 è possibile dunque seguire la linea dei casi di malattie infettive e parassitarie. In particolare, potrà sussistere il riconoscimento da parte dell’INAIL: (i) se l’azione di fattori microbici e virali sull’organismo è correlata allo svolgimento dell’attività lavorativa, anche se gli effetti si manifestano dopo un certo tempo; (ii) se per stabilire che l’evento infettante si è verificato in relazione con l’attività lavorativa sussiste almeno una presunzione semplice, data dalla circostanza secondo cui il fatto ignoto possa essere desunto dal fatto noto come conseguenza ragionevole, probabile e verosimile secondo un criterio di normalità.
Conseguentemente, la mancata dimostrazione dell’episodio specifico di infezione dell’organismo da parte del fattore patogeno non è preclusiva al riconoscimento, né è necessario che la circostanza sia tale da far apparire l’esistenza del fatto ignoto come l’unica conseguenza possibile del fatto noto.
Per quanto riguarda l’onere della prova, la copertura INAIL è riconosciuta a condizione che la malattia sia stata contratta durante l’attività lavorativa con onere della prova a carico dell’assicurato. Tuttavia, la circolare n. 13/2020 chiarisce che ‹‹Nell’attuale situazione pandemica, l’ambito della tutela riguarda innanzitutto gli operatori sanitari esposti a un elevato rischio di contagio, aggravato fino a diventare specifico. Per tali operatori vige, quindi, la presunzione semplice di origine professionale, considerata appunto la elevatissima probabilità che gli operatori sanitari vengano a contatto con il nuovo coronavirus. A una condizione di elevato rischio di contagio possono essere ricondotte anche altre attività lavorative che comportano il costante contatto con il pubblico/l’utenza. In via esemplificativa, ma non esaustiva, si indicano: lavoratori che operano in front-office, alla cassa, addetti alle vendite/banconisti, personale non sanitario operante all’interno degli ospedali con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, operatori del trasporto infermi, etc. Anche per tali figure vige il principio della presunzione semplice valido per gli operatori sanitari››.

Si precisa infine che, nel caso in cui il contagio sia riconducibile all’attività lavorativa, l’indennità per inabilità temporanea assoluta dell’INAIL copre anche il periodo di astensione dal lavoro trascorso in quarantena o in permanenza domiciliare fiduciaria. Vi è giurisprudenza consolidata sul fatto che l’attribuzione della indennità di inabilità temporanea assoluta comprende, oltre alla fisica impossibilità della prestazione lavorativa, anche la sua incompatibilità con le esigenze terapeutiche e di profilassi del lavoratore.

Alla luce di quanto sopra,
può il solo riconoscimento dell’infortunio sul lavoro da parte dell’INAIL determinare un presupposto per individuare una responsabilità civile o penale del datore di lavoro?

La responsabilità civile e penale del datore di lavoro è da escludere per il solo fatto che il dipendente contagiato sul lavoro dal Coronavirus ottiene l’indennizzo da parte dell’INAIL?

In entrambi i casi la risposta è no.

Per riconoscere l’origine del contagio da malattia virale all’ambiente di lavoro, l’INAIL si basa su un giudizio di ragionevole probabilità, una valutazione estranea a qualsiasi correlazione con eventuali profili di responsabilità civile o penale nel contagio del datore di lavoro. Vi è infatti completa indipendenza fra il piano assicurativo dell’INAIL e il piano della responsabilità civile e penale del datore.

Il rispetto delle c.d. misure di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019 da parte di un datore di lavoro, infatti, non esclude il diritto alle prestazioni INAIL da parte del lavoratore nei casi di contagio, non essendo possibile pretendere un “rischio pari a zero” negli ambienti di lavoro.
Non possono dunque confondersi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo INAIL, con i presupposti per la responsabilità civile e penale del datore di lavoro, i quali devono essere accertati con criteri diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative.

La responsabilità del datore di lavoro

La responsabilità del datore sorge solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche. In particolare, oltre ad una rigorosa prova del nesso di causalità, occorre anche quella dell’imputabilità quantomeno a titolo di colpa della condotta tenuta dal datore di lavoro nella determinazione del contagio.

In primo luogo, sotto il profilo civilistico, il datore di lavoro è titolare della posizione di garanzia di cui all’art. 2087 c.c. e pertanto risponde della mancata osservanza delle norme a tutela dell’integrità fisica dei prestatori di lavoro. Invero, il datore è tenuto ad adottare tutte le misure idonee a prevenire sia i rischi insiti all’ambiente di lavoro, sia quelli derivanti da fattori esterni e inerenti al luogo l’ambiente di lavoro si trova. La sicurezza del lavoratore ha rilevanza costituzionale e impone sempre al datore di anteporre al proprio profitto la sicurezza di chi esegue la prestazione lavorativa.  In particolare, il D.lgs. n. 81/2008 (c.d. Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro) raggruppa la normativa e dispone le misure per il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori.
È bene sottolineare quanto accennato circa l’imputabilità a titolo di colpa, in quanto l’art. 2087 c.c. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva: l’elemento costitutivo è la colpa del datore di lavoro, quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire il danno per il lavoratore. La norma non impone un obbligo assoluto in capo al datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile e diretta ad evitare qualsiasi danno al fine di garantire così un ambiente di lavoro a “rischio zero” quando di per sé il pericolo non sia eliminabile, ma lo obbliga all’adeguatezza delle misure di protezione adottate.

Pertanto, il datore di lavoro risponde qualora la lesione derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento imposti dalla legge o derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche in relazione al lavoro svolto.

Per quanto concerne l’emergenza sanitaria COVID-19, obblighi specifici in capo al datore di lavoro sono da rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del D.L. 16 maggio 2020, n. 33. In particolare, le misure per il contrasto al contagio sono state principalmente disposte dall’art. 2, comma 6, del DPCM 26 aprile 2020, il quale obbliga le imprese all’osservanza del c.d. Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto dal Governo e dalle parti sociali, come aggiornato in data 24 aprile 2020. Il suddetto protocollo impone in capo al datore di lavoro le seguenti misure rispetto ai propri dipendenti: (i) obbligo di informazione circa le disposizioni delle Autorità; (ii) obbligo della rilevazione della temperatura con sorveglianza sanitaria/ rilevazione di eventuali persone sintomatiche; (iii) obbligo di garantire la protezione individuale, l’igiene e la sanificazione dei luoghi di lavoro, anche attraverso la messa a disposizione di erogatori di disinfettante. In astratto, l’inosservanza delle predette norme per il contrasto e il contenimento della diffusione del COVID-19 negli ambienti di lavoro è sufficiente a determinare in capo al datore di lavoro la sussistenza di profili di responsabilità civile e penale qualora un dipendente affermi di aver contratto il Coronavirus sul luogo di lavoro, anche rimanendo asintomatico. Pertanto, il solo rispetto e la stretta osservanza in concreto dei protocolli governativi e regionali sono idonei ad escludere la responsabilità del datore di lavoro. E’ opportuno sottolineare che l’obbligo di rispetto del menzionato protocollo del 24 aprile 2020 concerne solo le imprese, mentre per le attività professionali il riferimento corretto per il periodo di efficacia del DPCM del 17 maggio 2020 (recante le misure per il contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 dal 18 maggio al 14 giugno 2020) sono le indicazioni di cui alla scheda tecnica presente nelle c.d. Linee guida per la riapertura delle attività economiche e produttive della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome del 16 maggio 2020. Restano fermi per le attività professionali con dipendenti i succitati obblighi per i datori di lavoro nei confronti dei dipendenti previsti dal D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 e dall’art. 2087 c.c.

Sotto il profilo penale, ci si limita ad accennare che il datore di lavoro potrebbe rispondere del reato di lesioni di cui all’art. 590 c.p., di omicidio colposo di cui all’art. 589 c.p. qualora al contagio sia seguita la morte, oltre alla circostanza aggravante della violazione delle norme antinfortunistiche di cui all’art. 590, comma 3, c.p. In particolare, rispetto alla suddetta aggravante, nei delitti colposi derivanti da infortunio sul lavoro non occorre che siano violate le specifiche disposizioni in materia di infortuni sul lavoro, essendo sufficiente che l’evento dannoso si sia verificato a causa della violazione dell’art. 2087 c.c. È bene ricordare inoltre che trascurare gli obblighi previsti dal menzionato D.lgs. n. 81/2008 (c.d. Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è di per sé motivo di sanzione a prescindere dal fatto che si siano verificati o meno degli infortuni in azienda.

Conseguentemente, il datore di lavoro dovrebbe avere cura di (i) adottare – e poter dimostrare di aver adottato – i presidi indicati dalla legge oppure, se del caso, (ii) provare che nei giorni prossimi al contagio del dipendente, quest’ultimo non ha utilizzato rigorosamente i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale messi a sua disposizione, quali, ad esempio guanti o mascherina.

Avv. RA Dr. Massimo Fontana Ros

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